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C'ero anch'io alla 100km del Passatore

di Antonio Ierino'


La 100 km del Passatore, la famosa Firenze-Faenza, la più antica delle maratone ma anche la più bella. In questa gara, ci ho lasciato il cuore, l’ho corsa anch’io, si anch’io: Antonio IERINO’, classe 1953. Cento chilometri di corsa: un’avventura indimenticabile.
Arrivo a Firenze alle ore 11,00 accompagnato dalla mia primogenita Anna e il suo compagno Francesco; raggiungiamo Piazza Santa Croce e, dopo una lunga fila di podisti arriva il mio turno; ritiro il mio pettorale (n°373). Decidiamo di pranzare alle ore 12,30, raggiungiamo una trattoria che Francesco conosce bene e dopo circa mezz’ora di attesa, consumiamo con calma un ottimo pranzo. Io mangio, però, solo rigatoni con il pomodoro fresco e alcune porzioni d’insalata. Il tempo passa: l’orologio segna le 14,30 e ci portiamo in Piazza della Signoria e precisamente in via dei Calzaiuoli (punto di partenza). Le persone sono tante e c’è un allegro brusio come se ci fosse un mercato.
Vedo lo striscione con sopra scritto “ 100 Km del Passatore Firenze – Faenza 30 -31 Maggio 2009 37^ edizione “, sotto di esso, il fuoristrada degli organizzatori con sopra la sagoma del Passatore. Mi accosto e con una mano la tocco e un brivido mi attraversa tutto il corpo. Provavo una sensazione che era una combinazione tra paura e coraggio. Invito Anna a scattarmi una foto, dopo aver indossato la divisa della mia società podistica.
Il mio sogno stava per diventare realtà, mancavano pochissimi secondi allo sparo e non posso nemmeno vedere  Giorgio CALCATERRA, vincitore di già tre passate edizioni. Ore 15,00 circa: 1400 corpi di uomini, donne, giovani e anziani, duemilaottocento gambe nervose; un colpo di pistola e via.
Partenza lenta come da manuale, uno sguardo al cielo blu di Firenze: è meraviglioso e mi piace l’energia che provo correndo per le strade del centro tra i monumenti. Firenze è davvero una delle città più belle del mondo. Mi sentivo sereno e avevo una sensazione meravigliosa: non sentivo più l’ansia. Finalmente avevo preso tempo per me e mi sentivo felice di essermi appassionato a qualcosa che non fosse il mio lavoro. Quella full  immersion era stata fonte di conforto e di riflessione. Non mi sentivo solo: ero con tanti altri che condividevano la mia stessa passione.
Nonostante le grida, le urla, gli incitamenti dopo la partenza, sento e riesco a vedere Anna con un viso raggiante, come avvolto da un bagliore, che, gioiosa, mi chiama e mi fa cenno con entrambe le mani, con un sorriso indimenticabile; ho ricambiato il saluto e penso come debba essere orgogliosa di me che partecipo alla maratona più famosa del mondo.
5 km alle spalle ed ecco la prima salita per Fiesole. Pur sotto il sole cocente, non è poi così dura; ripensavo al mio mal di schiena che non mi aveva abbandonato per giorni, ma come per miracolo era sparito. Mi trovavo sotto uno di quei bei cieli strepitosi di fine maggio. Alle mie narici arrivava il profumo aromatico delle siepi. I miei occhi erano sorridenti; avevo la sensazione di essere immerso in una corrente di entusiasmo che mi trascinava via. La strada mi appariva per essere dominata. Avevo abbandonato i luoghi della mia Lucania: il contesto era cambiato. Ed ero cambiato anch’io. Mi sentivo un’altra persona: avevo voglia di ricominciare e di buttarmi alle spalle dolori e momenti difficili. Avvertivo però la mancanza di una voce amica. Mi accosto ad un podista, prodigo di consigli e di buona compagnia. Si chiama Alfio, è di Rimini, classe 1951. L’ascolto volentieri perché quest’anno è alla nona partecipazione: l’anno scorso ha chiuso con 12 ore, adesso vuole tentare per le 11 ore. Era proprio la voce amica che cercavo, l’uomo giusto per me che mi avrebbe aiutato con i suoi consigli perché conosceva la strada e le sue difficoltà, che mi avrebbe fatto compagnia, sorretto e incitato ad andare avanti e poi aveva il mio stesso obiettivo: le 11 ore. Con Alfio al mio fianco mi sentivo al sicuro, come protetto da tutto quello che il percorso mi avrebbe riservato. Il suo gomito che sfiorava il mio era per me come un appiglio reale.
Ero felice di aver trovato un compagno di viaggio che aveva molte cose in comune con me: aveva la stessa tabella di marcia che avevo accuratamente preparato. Avevo la percezione che in lui si era incarnato la figura del mitico “ Passatore” l’uomo che incoraggia e dà linfa a tutti i suoi partecipanti. La corsa proseguiva senza problemi. Stiamo per raggiungere Fiesole: era come se volassi, ad un tratto vedo davanti agli occhi la sagoma del  “ Passatore” la stessa che avevo toccato sul fuoristrada degli organizzatori. Scuoto la testa e mi chiedo: “ sto sognando? “ Gli occhi si riempiono di lacrime appena vedono i traguardi intermedi sul percorso stampato. Mi fidavo di Alfio e delle mie scarpe, anch’esse, mute, compagne di viaggio. Ero quieto, non aveva voglia di nulla se non di farcela. Mentre tenevo il viso basso, la mia mente esaminava il cammino, Alfio era sempre al mio fianco e io lo imitavo nell’andatura. Mi sembrava di essere come in un bellissimo sogno. Ad un tratto, ahimè, il mio sogno veniva interrotto dal grido di Alfio. Mi riferisce che accusa un dolore lancinante alla caviglia del piede destro e all’istante interrompe la spedita corsa. Ci fermiamo per 10 minuti, alcuni massaggi, ripartiamo piano anzi pianissimo, alternando la corsa alle camminate lente. Il dolore non gli dava tregua e dopo tanta fatica, sempre sopportando il dolore, arriviamo a Borgo san Lorenzo (quasi 35 km.). Chiedo l’intervento del medico e una ambulanza. Intervengono con alcune spruzzate di un liquido da uno spray. Altri 10 minuti persi. Pensavo al fattore tempo ma ora il fattore umano aveva preso il sopravvento nel mio cuore che era pieno di una dose eccessiva di solidarietà. Per me era più importante aiutare Alfio. Non avevo più nessuna fretta: mi premeva fare qualcosa per il mio amico. Il dolore e la disperazione, che sembravano invincibili, si leggevano sul volto distrutto. Non badavo al tempo che passava inesorabilmente. Alfio ritenta di ripartire, ma questa volta si arrende perché non ci riesce e, con una smorfia di dolore, decide di ritirarsi, sollecitandomi a ripartire da solo, augurandomi un “ in bocca al lupo “.
Mi sentivo come se brevissimamente venissi perdendo un sostegno. Ero titubante, ma Alfio insisteva ed era riuscito ad ottenere, malgrado  la mia opposizione, ciò che desiderava. Lo saluto, con tutta la rabbia che si era scatenata in me per aver perso un compagno di viaggio.
Ricorderò per sempre Alfio, per il suo riserbo e la sua sofferenza. Riparto con i miei tristi pensieri per il Passo della Colla e affronto tutta la salita di 15 km senza fermarmi ai punti di ristoro. Mi ritrovavo in mezzo agli appennini e non badavo al freddo della notte ormai prossima..
Avevo paura, ma essa era anche uno stimolo per andare avanti. Mi sentivo sperduto in quell’immensità. Non avevo scelta dovevo recuperare il tempo perduto: sorpassavo gruppi e gruppi di decine di altri podisti che preferivano camminare per la fatica, a passo lento. Altri fermi si massaggiavano le gambe o facevano stretching. Era la prima volta che correvo di notte e mi dicevo che la notte aveva un buon profumo. Il mio cuore si era scaldato, dopo gli ultimi avvenimenti, a un nuovo slancio a un nuovo equilibrio. Passo della Colla di Casaglia ( 50 km circa) un minuto di sosta al ristoro e via lungo la discesa. Incontro Anna e mio genero Massimiliano che mi chiedono se voglio effettuare il cambio degli indumenti e delle scarpe; senza fermarmi, rispondo loro di no e li incito ad andare avanti e di aspettarmi dopo 10 km. Mi accorgo che sto correndo troppo veloce; mi vengono in mente i consigli del veterano Alfio : “ nelle discese devi andare piano, senza esagerare, in caso contrario puoi pagare le conseguenze”. E, gradualmente, rallento. Dietro di me, sento avvicinarsi un rumore di passi. Con la coda degli occhi vedo un altro podista. Si avvicina quasi a sfiorarmi e mi chiede se possiamo correre insieme. Ho un attimo di esitazione, il mio pensiero corre ad Alfio e alla sua umanità e con grande gioia gli rispondo con un “ si, volentieri”.
Ci presentiamo. E’ Angelo un quarantenne, anche lui alla prima esperienza. Sarebbe stato lui il mio nuovo compagno di viaggio per i restanti 50 km. Sul suo volto si leggeva la delusione di non aver incontrato un veterano del percorso. Mi informa che con lui partecipa anche il presidente della sua associazione e altri soci di cui uno è davanti a noi. Il presidente e altri due erano dietro a distanza di 2 km per problemi alle gambe. Tutti fanno parte della “ associazione atletica di Ceprano”. Con Angelo c’è anche un suo amico accompagnatore munito di bici. Ci scambiamo delle battute. Al 65° km l’amico accompagnatore riferisce ad Angelo che il presidente e un socio si sono fermati a un ristoro e hanno chiesto l’intervento dell’ambulanza e avevano deciso di ritirarsi. Questa notizia ha un brutto effetto su Angelo che comincia a scoraggiarsi dal 70° km. Rallenta, si ferma ed esclama: Antonio, tu continua, io non ce la faccio più. Gli rispondo: Scusami Angelo, cosa ti fa male? Nulla risponde ma sento che non ho più le forze per continuare. Lo invito a riflettere: vedi Angelo, tu non puoi ritirarti ora che abbiamo già percorso circa 75 km, la gara ce l’abbiamo in pugno, non pensare ai tuoi amici, ora tocca a te arrivare al traguardo e sentirti orgoglioso di rappresentare la tua associazione, tu devi farcela. Ebbi un plauso dal suo amico in bici e dopo pochi secondi di silenzio Angelo mi disse: OK andiamo avanti, però dobbiamo correre piano anzi pianissimo. Di nuovo il fattore umano aveva avuto in me la priorità. Di nuovo sentivo nel mio cuore quella dose eccessiva di solidarietà umana. Non potevo lasciarlo al suo destino. Anche se alla mia prima esperienza, espongo ad Angelo la mia tattica: ogni 5 km di corsa, dovevamo alternare 3 minuti di camminata lenta senza più pensare ai suoi amici, ma avere un solo obiettivo: il traguardo dei 100 km. Ripartiamo con le nostre paure. Ogni tanto mi richiamano, facendomi notare che corro troppo e di rallentare. Al 90° km raggiungiamo l’altro suo socio Luigi che correva avanti. Anche lui è molto stanco, pronto a ritirarsi. Mi rendo conto che ho una missione da compiere: portarli tutti al traguardo. Mi prodigo di consigli e incoraggiamenti. Luigi dopo un po’ mi dice che sono grande che dopo le mie parole sente che può farcela.
Mi rendo ancora conto che tutti hanno bisogno di fare uno sforzo titanico per arrivare al traguardo,stanchi come sono. Più passa il tempo e più aumentava il rischio che la mia tendinite si risvegliasse. Ma non mi sentivo stanco. Tutti insieme abbiamo deciso di osare l’azzardo più grande. Angelo ogni tanto mi si avvicinava e mi sussurrava con un filo di voce: Antonio vai avanti, tu ti meriti di arrivare prima di noi. Gli rispondo con un “no”, secco, “ non vi abbandono”. Sorpassiamo un gruppo di podisti che ormai, stremati, preferiscono camminare lentamente come reduci da una battaglia ormai persa. Come per fare loro un’iniezione di energia e vitalità , faccio notare che siamo ormai al 95° km ormai manca poco. Lo leggono anche sulla tabella. Riempiendomi di elogi per il mio comportamento come per ricompensarmi mi dicono che vogliono andare avanti. Luigi però vuole camminare e non correre. Accetto la sua decisione. Erano sfiniti, mancavano loro le forze, ma serravano i denti in un ultimo tentativo di resistenza. Dopo altri minuti di estrema fatica esclamo: Angelo vedi la scritta “ Ultimo Km” forza ce l’abbiamo fatta, in fondo alla curva ci aspetta Piazza del Popolo! Ce l’avevo fatta il mio cuore era colmo di gioia. Aiutando gli atri avevo capito quanto fosse meglio donare che ricevere.
Avevo scoperto il valore della pazienza, della sopportazione, della solidarietà, dell’accettazione delle difficoltà. E’ questa la corsa che voglio conservare dentro di me per sempre. Prima di passare sopra la pedana del traguardo abbraccio Angelo e con la mia mano sulle sue spalle passiamo l’arco del traguardo dopo 12 ore e 37 minuti. Sembravamo usciti da un girone dell’inferno dantesco. L’emozione era indescrivibile. Le nostre facce stavano per cadere per terra ma ci sentimmo sorreggere da mani che prendevano le nostre. Ce l’avevamo fatta! Luigi arriverà dopo 13.37.31.
Si sono stato grande davvero, cercavo un compagno di viaggio, pieno di esperienze per terminare questa famosa e massacrante maratona, l’avevo trovato in Alfio per solo 35 km ma il destino ha fatto si che incontrassi un altro compagno anch’esso alla prima esperienza che mi ha permesso di mettere a sua disposizione la mia modesta esperienza, la mia temperanza, audacia, caparbietà la mia solidarietà e di raggiungere con la sola forza della mia mente il traguardo del fatidico 100° km che mia moglie e i miei tre figli ritenevano che fosse per me irraggiungibile.
Grazie Alfio, grazie Angelo. Le tre “A” Alfio-Angelo-Antonio.
Il mitico “ Passatore “, che ho sempre sentito al mio fianco, mi ha invitato già per la prossima edizione. Io ho accettato. E voi?

 

 


WebMaster
- Daniele Gherardelli-


Associazione Sportiva Dilettantistica
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